on aprile 09 2011 12:23 am 0

Pirati nel sud est asiatico: Thailandia contro la pirateria

Bangkok: Oggi a livello internazionale ci si allarma solo per la pirateria aerea. Chi dirotta un aeroplano è considerato un terrorista, ma chi dirotta una nave è considerato un delinquente qualunque, e i paesi sono restii a unirsi nella lotta. Anche perché molti paesi del sud est asiatico, con la pirateria, ci guadagnano.

Finalmente però in una dichiarazione congiunta il Primo Ministro dell’India Manmohan Singh e il primo ministro della Thailandia Abhisit Vejjajiva, hanno siglato un accordo per rafforzare ulteriormente la lotta contro i pirati.

pirati ThailandiaNon dimentichiamo che gli episodi di pirateria, anche al largo delle acque tra Malesia e Thailandia, sono ancora oggi
abbastanza frequenti.

Il primo ministro thailandese ha apprezzato le recenti azioni della Marina indiana che hanno portato alla liberazione di alcuni cittadini thailandesi finiti nelle grinfie dei pirati nell’Oceano Indiano.

Ma che cosa succede? La bandiera nera della pirateria è tornata a sventolare sui mari? Altroché!!! Negli ultimi 13 anni gli assalti denunciati sono stati più di 1300.

Buona parte degli assalti si verifica nei mari del sud est asiatico, nello stretto di Malacca e poi davanti a Singapore, nel mar della Cina, intorno alle Filippine e lungo le coste del Borneo.

Tutto è cominciato con le aggressioni ai vietnamiti in fuga. I registri dell’Imb sono, comunque, pieni di rapporti. Come dimenticare la tragedia dei boat people in fuga dal Vietnam: non solo i pirati, ma anche i pescatori malesi o filippini si sono accorti di quanto fosse facile assalire quelle barche stracariche e depredare i disperati che erano a bordo.

I dati? Oltre 1400 fuggiaschi sono stati uccisi, più di duemila donne violentate, 600 di queste, anche giovanissime, rapite e rivendute chissà dove e a chissà chi. Da allora la pirateria nell’intera area ha ripreso forza, e dalle barche dei boat people si è passati ai pescherecci, poi alle navi più grandi.

I pirati impiegano tecniche antiche, aggiornate grazie alla tecnologia. Non scelgono a caso la nave da abbordare, per esempio: hanno informatori nel porto di Singapore, di Kuala Lumpur, negli scali indonesiani. Oppure intercettano le comunicazioni via radio, fra le navi e le autorità portuali.

Non ci sono soldi?

Si rapisce l’equipaggio e si chiede il riscatto. Quando assalgono una nave, sanno già quello che troveranno a bordo e hanno già un compratore per il bottino (in genere le Triadi, cioè le grandi mafie cinesi, che
controllano buona parte dell’economia del sud est asiatico).

Se il carico non corrisponde alle loro attese?

Si rifanno sull’equipaggio (su un mercantile di Taiwan hanno strappato i denti d’oro a un marinaio), s’impossessano di tutto ciò che trovano a bordo, uccidono per sfogare la delusione, rapiscono chi secondo loro può rendere un buon riscatto (secondo il quotidiano Bangkok Post, l’assalto alle navi avviene con lunghe lance spinte da fuoribordo da 200 o 400 cavalli, che si tengono in contatto con il walkie talkie, e spesso sono armate di mitragliatrice e di bazooka, o con le antiche barche bajau degli arcipelaghi, che hanno sostituito alle vele colorate i motori Evinrude o Johnson. Gli attacchi avvengono soprattutto di notte, fra l’una e le quattro, quando l’attenzione delle vedette si spegne nella sonnolenza.

Anche l’Indonesia si prepara a contrastare i pirati, acquistando una quarantina di navi (fra cui 16 corvette e due sottomarini), proprio per impiegarle contro i pirati. Servirà a qualcosa tutto ciò? Probabilmente sì.

La polizia marittima della Thailandia ha addirittura scoperto, ai confini con la Cambogia, un’isola che i corsari impiegavano come base e che era molto simile alla Mompracem di Sandokan: porto protetto, torri e radar.

Infine anche celebri capi, come Birhatun Ottohani (malese) e Emilio Changco (filippino), sono stati uccisi o catturati.

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