on luglio 16 2010 06:31 pm 0

Comprare Ice, cocaina eroina a Pattaya (Thailandia) cosa si rischia

Camminando per le vie di Pattaya, specialmente nella zona adiacente alla spiaggia, capita con una certa regolarità di incontrare loschi figuri intenti a proporre ai  turisti ogni tipo di droga.  Forse più che in ogni città del mondo a Pattaya le attività connesse con l’offerta di droga sono tantissime. A cadere spesso nella rete dei trafficanti di stupefacenti sono i giovani turisti ossessionati dalla ricerca di uno sballo artificiale.

Per l’acquisto di pochi grammi di marijuana o qualche pastiglia di ya ba gli stranieri in Thailandia rischiano di rovinarsi una vacanza e in alcuni casi l’esistenza.

Spesso gli spacciatori presenti ad ogni angolo della beach road o  walking street  hanno stretto degli accordi con la polizia locale. Dopo aver ceduto al malcapitato farang (straniero) una dose di cocaina, eroina o della semplice erba, segnalano alla polizia del luogo quanto avvenuto.  A questo punto può davvero succedere di tutto. Di solito il malcapitato turista viene arrestato e poi rilasciato su cauzione. Le somme di denaro richieste variano  secondo i casi e dipendono molto dalla quantità e dal tipo di droga acquistata.

Sappiamo con certezza che alcuni turisti, in possesso di metamfetamine (Ice), per riconquistare la libertà hanno dovuto sborsare cifre da capogiro; 15.000 20.000 euro.

Esistono poi trafficanti che vendono droga falsa, truffando gli ingenui turisti, che se tornano per reclamare rischiano di essere malmenati. Il nostro consiglio è di stare lontano da questo tipo di situazioni e da tutti coloro che vendono o fanno uso di stupefacenti. Eviterete così di essere coinvolti in qualche losca faccenda che in Thailandia potrebbe costare cara.

Cosa si rischia in Thailandia se si viene trovati in possesso di grosse quantita di droga?

La pena di morte In Thailandia si applica per traffico di eroina e anfetamine, soprattutto se i prigionieri sono giudicati colpevoli dopo essersi dichiarati innocenti all’inizio del processo. Sembrerebbe che agli stranieri non venga applicata la pena di morte per traffico di eroina e grosse quantita di anfetamine. Un’ammissione di colpevolezza determina inoltre maggiore clemenza da parte dei giudici: da 25 anni di reclusione all’ergastolo, invece della condanna a morte.

A Pattaya ancora oggi, nonostante gli sforzi del governo per sconfiggere il fenomeno della droga soprattutto Ice (anfetamine), gira moltissima droga e i crimini legati al consumo e allo spaccio di stupefacenti sono in continuo aumento.

Il ministro degli Interni thailandese per debellare il fenomeno droga e criminalità aveva qualche anno fa proposto di far chiudere al massimo all’una di notte i luoghi di ritrovo (bar discoteche eccetera). Ma le proteste dei commercianti si sono fatte sentire: “Pattaya deve restare un posto dedicato anche alla vita notturna e al  divertimento”.

I proprietari delle discoteche di Bangkok, Pattaya e Phuket, Non credono che la chiusura anticipata dei locali sia un’arma necessaria nella lotta alla droga: “La polizia viene nei nostri locali armata, come se dovesse andare a combattere i birmani, anziché  tenere d’occhio qualche ragazzino”.

Tuttavia in molte discoteche di Pattaya, (nella zona di walking street),le perquisizioni personali e i test antidroga fatti a sorpresa continuano con una certa frequenza anche nel 2010.

Per concludere,  a titolo di cronaca, riportiamo l’ intervista del TgCom a un cittadino italiano che si trova in carcere/prigione in Thailandia.

Mi chiamo Mario e ho 35 anni; dopo aver riscosso in eredità una forte somma di denaro, nel dicembre 2005 ho deciso di andare in Thailandia per fare un viaggio di piacere.

Quando ero lì, nella città di Bangkok, ho deciso di acquistare della sostanza stupefacente, nello specifico eroina e marijuana, per uso personale.

Purtroppo non sono stato fortunato e nel gennaio 2006 sono stato arrestato dalla polizia tailandese e ristretto subito in carcere.

L’accusa, per il quale la legge tailandese prevede un trattamento sanzionatorio molto più severo per quanto riguarda lo spaccio di stupefacente rispetto a quello che accade in Italia, era di possesso e di utilizzo di droga: accusa che in Italia comporta la commissione di un unico reato.

Il processo è stato molto veloce e decisamente diverso rispetto a quello che avviene in Italia, anche perché per evitare l’ergastolo (che in Thailandia è quantificato in 100 anni di reclusione) e per ottenere la massima riduzione possibile della pena, mi sono dichiarato colpevole di tutti i reati.

Sono così riuscito ad ottenere dal Tribunale di primo grado nel marzo 2007 una condanna ad una pena complessiva di 25 anni e otto mesi che rispetto agli oltre 100 dell’inizio sono stati un vero successo!

Anche il mio stato di incensurato in base alla legge tailandese mi ha giovato, permettendomi di venere ulteriormente dimezzata la pena finale.

Nel dicembre 2007 il Tribunale di secondo grado ha confermato la sentenza di primo grado per cui ora continuo ad essere ristretto nel carcere in cui sono stato incarcerato appena sono stato arrestato.

Come vivi la Tua carcerazione in un paese che non è il tuo e tanto lontano dai Tuoi cari?

In verità già prima di partire per la Thailandia i rapporti con i miei cari si erano parecchio raffreddati; mi rimane solamente una sorella che dato il mio stile di vita, ha deciso di allontanarsi da me tempo fa e che non posso sicuramente biasimare per questo.

Infatti anche in Italia ero già stato ristretto in carcere sempre per motivi di droga, per cui il mio stile di vita nel corso di questi ultimi anni non è sicuramente stato quello di un fratello e figlio modello.

Nonostante ciò però quello che mi è capitato da quando sono venuto in Thailandia e che mi porta tuttora a stare in carcere in un paese a me del tutto estraneo e così lontano dall’Italia come sistema di concepire la giustizia, ha dell’incredibile e di sicuro non rispetta il concetto di tutela e di equità di cui i paesi c.d. evoluti si fanno da sempre portatori.

A dire la verità, prima della carcerazione, avevo iniziato una relazione con una ragazza del posto che continua tuttora; lei, insieme ad altri amici che mi ero fatto prima della cattura, mi danno un po’ di conforto venendo periodicamente a trovarmi.

Come si è modificata laTua vita da quando è iniziata questa vicenda?

Il più grande cambiamento è stato quello di dovermi adattare non solo alla realtà carceraria che già di per se non è facile, ma anche di doverlo fare in un paese in cui non vengono rispettate le elementari garanzie.

Infatti, il procedimento penale che ho subito non è stato in alcun modo non solo rispettoso del diritto di difesa, ma nemmeno dei più elementari criteri di tutela previsti dal nostro ordinamento penale.

L’avvocato d’ufficio che mi era stato affidato, non ha potuto fare praticamente nulla, non è stato minimamente considerato dai giudici e non solo perché dichiarandomi colpevole ho limitato al massimo la mia possibilità di esercizio del diritto di difesa, ma anche perché nelle aulee di giustizia tailandese i processi sono estremamente sommari e gli unici interlocutori considerati dal giudice sono quelli appartenenti agli organi dell’accusa.

Inoltre l’assurdità maggiore è stata quella per cui la condanna ad una pena così alta è stata dettata dalla quantità di stupefacente trovata in mio possesso, che era di poco superiore (e parlo di qualche grammo) a quella che mi avrebbe permesso di avere una condanna nettamente inferiore definendo il possesso di droga come uso personale e non come finalizzato allo spaccio.

Ti sei sentito in qualche modo sostenuto dallo Stato italiano?

In verità mi aspettavo che lo stato italiano dedicasse maggiore attenzione alla mia vicenda, fornendomi magari un legale che venisse qui e che si occupasse della questione.

Mi è venuto a trovare qualche volta un funzionario dell’ambasciata italiana a Bangkok che mi ha portato qualche libro da leggere e che si è sincerato sulle mie condizioni di salute, ma che non è intervenuto più di tanto nel risolvere la vicenda e nell’interloquire con le autorità locali.

Fortunatamente con i pochi soldi avuti in eredità, mi sento abbastanza al sicuro e se volessi farmi assistere nelle procedure di espatrio da un difensore di fiducia avrei i mezzi per farlo.

Al funzionario consolare avevo anche di darmi qualche notizia relativa alla mia possibilità di richiedere l’estradizione e devo ammettere che se anche non in modo particolarmente veloce, si è adoperato nel soddisfare questa mia richiesta.

Purtroppo, questa mancanze qui si sentono ancora di più dato che già in carcere il tempo non passa mai e soprattutto quando ci si trova in un posto un cui la maggior parte dei detenuti non parlano la tua stessa lingua.

Che cosa vorresti ora per alleggerire la Tua triste vicenda?

In questo momento la cosa più importante per me è poter tornare in Italia attivando la procedura di estradizione, così da poter scontare la mia pena in un carcere italiano.

L’IN-GIUSTIZIA

In quello che è capitato a Mario ci sono parecchi punti oscuri e controversi.

Intanto l’atteggiamento dell’Italia verso un paese che propone un sistema di giustizia penale nel quale non è minimamente prevista la tutela delle garanzie che sono previste nel nostro paese.

Infatti, soprattutto il diritto di difesa in Thailandia, come in altri paesi dell’Oriente, non è minimamente tutelato ed anzi l’avvocato nel processo penale ricopre un ruolo nettamente di sfondo.

Esiste un Trattato di cooperazione per l’esecuzione delle sentenze penali firmato tra lo stato italiano e la Thailandia nel 1984 che permette di venire a scontare in Italia una condanna per un reato comminata da una sentenza tailandese ormai divenuta irrevocabile.

Questo Trattato prevede che, dopo avere scontato in un carcere tailandese la metà della pena totale prevista dalla sentenza o almeno quattro anni di reclusione, si possa attivare tramite le autorità consolari, la procedura di estradizione di cui in Italia è competente in Ministero della Giustizia.

In base a questo Trattato il condannato trasferito in Italia, malgrado sottoposto alla giurisdizione tailandese, potrebbe essere ammesso a godere dei benefici alternativi alla detenzione in carcere che il nostro sistema riconosce.

Purtroppo però in Italia non è prevista, come accade in altri stati dell’occidente, la possibilità di ricelebrare il processo che si è svolto nello stato estero, anche nel caso in cui questo sia avvenuto in palese violazione dei principi di tutela previsti dal nostro ordinamento.

Unica possibilità è quella data all’organo competente per il riconoscimento della sentenza penale straniera di verificare la rispondenza dell’accusa mossa a carico dell’italiano condannato all’estero con i fatti di reato che sono previsti nel nostro sistema.

Qualora risulti che in Italia il fatto per il quale il nostro cittadino italiano è stato condannato all’estero integri un reato differente, che prevede un trattamento punitivo meno affittivo, l’organo addetto alla conversione della sentenza penale straniera ha il potere di applicare la legge italiana e di conseguenze di diminuire la pena inflitta se quella prevista dallo stato italiano per lo stesso fatto è minore rispetto a quella prevista dal sistema tailandese.

Cosa farò!

Mi adopererò per attivare la procedura di estradizione di Mario così da permettergli di scontare la pena in Italia e cercherò di stimolare un intervento normativo che possa fare si che sia prevista in Italia la possibilità di  ricelebrare i processi che si sono svolti in altri paesi in palese violazione dei principi di tutela da noi riconosciuti.

Vi terrò informati!

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